
Una ragazza di spalle che guarda il mare è la mia immagine preferita, l’immagine che avrei voluto sulla copertina se mai fossi riuscita a pubblicare un libro. I pensieri di una donna si perdono nell’infinità del mare che sta guardando, proprio perché essi sono limitati, finiti, e dopo un po’, girano su loro stessi, ritornano, riproposti in mille varianti e mille modi diversi, specie se nella vita non c’è nulla di nulla a scuoterli, a produrne di nuovi. Il pensare, allora, non è più capire, ma diviene vano e ozioso rimuginare. I risultati prodotti dalle riflessioni a lungo condotte non trovano terreno per poter essere applicate, ammesso che ad applicarle ci si riesca. La mancanza di un futuro da progettare e la vuota ripetitività del presente costringono a parlare solo del passato, come fanno i vecchi, un passato che viene sezionato – spesso dolorosamente – come in una difficile autopsia, e continuamente ripreso, perché ogni volta se ne scopre un aspetto nuovo, un piccolo dettaglio trascurato, che rende il ricordo stesso, già ossessivo, ancor più devastante e penoso. Il libro di Ute Ehrhardt, Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto, è diventato uno slogan che si ascolta spesso in questi anni. Nel contesto del libro (che peraltro non ho letto), la frase ha sicuramente un suo significato, ineccepibile, liberatorio, autenticamente progressista. Così come viene spesso pronunciata, però, avulsa dal contenuto del libro di cui è titolo, la frase mi appare sempre più stupida, ambigua, e assolutamente falsa.
Ambigua: perché può significare sia che mentre le ragazze che fanno esattamente ciò che “devono” fare, ciò che ci si aspetta da loro, vanno in paradiso, quelle cattive possono andare sia al paradiso che all’inferno, equivale a dire che buona parte di loro si guadagnano il paradiso egualmente, a dispetto del loro essere “cattive”; oppure l’espressione “vanno dappertutto” significa che arrivano autenticamente ad essere ciò che desiderano essere. Tra i due significati, c’è una certa differenza.
Falsa perché sembra che l’autorealizzazione passi necessariamente attraverso la trasgressione, che è un’altra parola dall’accezione ambigua. Trasgredisce chi persegue la propria strada, una strada non canonica, con lucidità e determinazione, sconfiggendo i pregiudizi, sia chi, tout-court, si comporta male. E il comportarsi male origina molto spesso da instabilità, inquietudine, personalità disturbata: tutto il contrario dell’equilibrio e della determinazione. Vogliamo forse mettere sullo stesso piano Maria Curie e il bullismo femminile? Eva Peron e la D’Addario?
Purtroppo mi sembra che nell’Italia di oggi il senso critico sia andato a farsi fottere, assieme alle rivendicazioni femminili degli scorsi decenni, e di confusione se ne faccia parecchia.
Perchè normalmente la trasgressione gratuita si paga, e anche cara. A meno che non sia accompagnata da quella furbizia arrivista e senza scrupoli che è ciò che sembra contare nell’Italia, odierna e non solo. Che è quella che distingue, per citare un esempio molto attuale, una prostituta da una escort. Emarginazione alla prima, onori e trasmissioni televisive alla seconda. Qual è la differenza?

Nel bel film La Spiaggia di Alberto Lattuada, ambientato nell’Italia del 1954, un’ex prostituta e ragazza-madre passa le vacanze, fingendosi una vedova “rispettabile”, in un hotel ligure, ove alloggiano ricche signore benestanti con i loro amanti, lontane dai mariti che le raggiungono solo nei week-end. Scoperta l’identità della giovane, tutti le voltano le spalle con sdegno, impediscono ai loro figlioletti di giocare con la bambina. Nel finale, un influente miliardario che si è preso a cuore la sorte della ragazza, le propone una passeggiata sul lungomare al suo braccio, ed ecco che i ricconi ricominciano a salutarla.
“Li vede?” le dice “loro non le rimproverano di essere quella che è, ma solo di non aver avuto successo”.
Annalisa, alla nascita, superava i cinque chili. Sarebbe diventata una bambina robusta, già altissima per la sua età, e in seguito un’adolescente obesa, ma io ne avevo già perso le tracce: l’ultima volta che vidi Annalisa lei doveva avere circa sei anni, e io ventiquattro.
Nacque quindici anni dopo il fratello, che sarebbe diventato un campione sportivo molto noto. Visto che da molto tempo non si verificavano più nascite nell’intero, nutrito gruppo dei suoi parenti (tutti avevano già procreato da anni e le nuove generazioni erano ancora troppo giovani per procreare a loro volta) tutti impazzirono per lei, che sarebbe cresciuta da tutti amata e coccolata, dai suoi genitori in primis, Nino e la Sandrona (la sorella della cui madre, partorendo a suo tempo e a sua volta una bambina, aveva deciso di chiamarla anch’essa Sandra, e così la piccola era diventata Sandrina, trasformando automaticamente in Sandrona la cuginetta più grande, da qui l’origine dello sgraziato soprannome della madre di Annalisa).
La Sandrona era legata a Ottavia con un giro di parentela complicatissimo, che non importa stare ad approfondire (in pratica, era la figlia della sorella di suo cognato).
La nutrita parentela di Ottavia e suo marito Amilcare derivava dal fatto che entrambi avevano tre fratelli (Ottavia tre fratelli maschi. Amilcare due sorelle e un fratello) e tutti quanti erano sposati, con prole, e le famiglie “acquisite” erano tutte del paese, o di paesi limitrofi, e venivano comunque lì per le vacanze estive.
Io naturalmente invidiavo questo clan familiare allargato, del quale non facevo parte: Ottavia, che chiamavo zia, e non aveva potuto avere figli suoi, aveva undici nipoti “veri”, li conoscevo tutti, ero loro amica.
Ma torniamo ad Annalisa e ai suoi genitori. Erano una coppia affiatata. Sotto l’ombrellone, dopo il bagno, lei lo pettinava accuratamente. Sempre. La scena poteva ispirare tenerezza, o apparire ridicola. Dipende dai punti di vista.
Dicevo che Annalisa nacque l’anno della mia partenza dal paese di mare, quando avevo diciotto anni. Ottavia mi disse con gioia che dopo la sua nascita il padre, Nino, aveva subito una metamorfosi. Prima usciva con gli amici, andava al bar a giocare a carte, ora passava tutto il suo tempo con la bambina, e nessuno aveva mai visto un padre più tenero e affettuoso.
Avevo diciotto anni quando nacque Annalisa. Se fossi stata ancora una bambina, Ottavia non mi avrebbe detto, ad un certo punto: sì, è stata proprio furba, la Sandrona.
Furba?
Ottavia mi disse che la Sandrona aveva rivelato la sua gravidanza al marito solo dopo il terzo mese, tenendola fino ad allora accuratamente nascosta. Perché il caro Nino, che si faceva ridicolmente pettinare dalla moglie in spiaggia, non avrebbe mai accettato che la moglie tenesse il bambino. Dopo il terzo mese, scaduti tutti i termini per provvedere diversamente, non c’era altro da fare se non fare passare, agli occhi di tutti, per “dono di Dio” quello che invece era stato, probabilmente, un increscioso incidente.
Già, era stata furba, la moglie, poiché esiste un tipo di furbizia – l’ho sempre detto su questo blog – che è cugina della saggezza: lei aveva evitato, con un abile stratagemma, di piegarsi a quella che sarebbe stata la volontà del marito.
Mi domando quante donne – specie quelle di paese, come Sandra – siano state, o siano ancora, al contrario di Sandra, vittime della loro mancanza di furbizia. Mi domando, per ogni Annalisa che illumina la vita di un padre un po’ colpevole perché avrebbe voluto rinunciare ad essere tale, quanti scheletri nell’armadio ci sono, in ogni famiglia, e quale luce cupa e sinistra gettino su coppie che appaiono, se non perfette, serene e ben collaudate.
I fratelli di Ottavia, ad esempio: due figli ognuno, a distanza ben calibrata e non “eclatante” come i quindici anni di differenza dei figli di Sandra. Le due sorelle e il fratello di Amilcare: la stessa cosa. Ci saranno stati, in cotanta baldanza parentale, “incresciosi incidenti” messi a tacere? Quali invisibili conseguenze potrebbero aver portato, nella famiglia che lava i panni sporchi all’interno della stessa? Quanta egemonia maschile, quanta sottomissione femminile (ben difficile pensare il contrario, nella struttura sociale provinciale, conservatrice, ipocrita del paese di mare della mia infanzia), quali prezzi da pagare in silenzio? Si badi bene, non è un discorso moralista o cattolico il mio, ne sono ben lontana, sto solo parlando di scelte non condivise, dove il più debole sprovvisto di ingegnosi stratagemmi viene schiacciato da una logica di dominio.
Non so perché mi sia tornata in mente Annalisa, venuta al mondo per un atto di furbizia, a volte personaggi marginali della nostra vita, con le loro storie, vengono come illuminati da un riflettore acceso nella nostra memoria, senza un perché.

In attesa della nuova nomina, un flash dell’anno scolastico appena trascorso.
Avendo redarguito o minacciato la mia classe quinta, non ricordo più per quale motivo, ed espresso solidarietà con alcuni provvedimenti presi dalla mia collega di italiano e latino, l’alunno Martelli Carlo mi spiazza dicendomi: “almeno Lei, prof, è umana. La Bassani non è umana!”
Maria Grazia Bassani, insegnante di italiano e latino, ha quasi quarant’anni, ma non li dimostra, con quel visetto da bambina. E’ una collega dolce e gentile, nonostante sia abbastanza severa con i ragazzi. Nel corso dell’anno ho approfondito la sua conoscenza. Ecco cos’è emerso.
1. La Bassani è alta un metro e ottanta circa, ha le braccia che sembrano due stuzzicadenti. E’ completamente senza seno, sembra piallata. Invece di indossare un reggiseno imbottito, predilige camicette aderenti che accentuano l’ effetto pialla.
2. Non possiede né televisore né Internet. Scelta coraggiosa, anche se, nel terzo millennio, un po’ limitante. Anch’io, in un periodo della mia vita, non possedevo il televisore (e Internet non esisteva ancora); in altri periodi, il televisore l’avevo ma lo accendevo molto di rado. Ero fuori tutte le sere! Ma la Bassani, al contrario, non esce mai. Non ascolta neanche musica, a malapena sapeva chi era Michael Jackson. Lei e il suo compagno - mi dice - passano le serate a leggere. Mi auguro, per loro, che facciano anche qualcos’altro.
3. Non mangia. Mai. Vive d’aria. L’unica volta che è stata vista mangiare è stata alla cena in pizzeria: gli studenti non credevano ai loro occhi. Ovviamente una margherita, scartando tutta la crosta, e da bere acqua minerale non gassata e non fredda.
4. In compenso, beve latte. Accanto alla scuola c’era una latteria che vendeva latte non pastorizzato, con la viva raccomandazione di consumarlo dopo bollitura. Lei si comprava una bottiglia da un litro e se la scolava tutta. Durante gli esami, due. Due litri in poche ore, senza bollirlo. Roba che se lo faccio io rischio di restare sul water fino al giorno dopo, anzi di venire dal water direttamente inghiottita.
5. Non ha figli ma possiede due cani malaticci con una equipe di veterinari tra cui uno omeopatico e uno psicologo di non so quale corrente psicoanalitica. Tutto, nella sua giornata, è organizzato in funzione dei cani, di cui parla diffusamente e continuamente.
6. Il suo senso materno non soddisfatto lo riversa sui ragazzi, con i quali è un po’ cerbero, un po’ mamma iperprotettiva. Durante gli esami non ci dormiva la notte, li difendeva con i commissari esterni fino a risultare patetica e ridicola. Il fatto che due di loro siano finiti bocciati è stato per lei un colpo micidiale, ha rischiato di ammalarsi.
7. Ad una mia richiesta di consiglio su un libro da leggere per le vacanze, mi risponde: Le Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo. Vedendo la mia faccia stupita di fronte all’obsoleto suggerimento, aggiunge che la prima parte è bellissima, vale davvero la pena, mentre la seconda è tirata via, è noiosa, in pratica fa schifo. Mi chiedo che razza di consiglio sia.
8. Fuori moda, fuori tempo, nei discorsi come nei vestiti, sembra che viva in una dimensione atemporale, in un mondo a parte, tutto doveri, cultura classica, e cani.
Tirando le somme: è chiaro che l’alunno Martelli Carlo, col suo giudizio lapidario, si riferiva alla severità della collega. Ma alla luce degli otto punti citati, non posso che concordare, per ragioni completamente diverse, con l’alunno Martelli Carlo.
La Bassani non è umana.
E’ bionica.
Oggi mi è balenata la seguente riflessione:
Quegli uomini - se non proprio tutti, almeno la stragrande maggioranza - che hanno rovinato la vita alle loro compagne, mogli, amanti, figlie, madri, non se ne sono mai resi minimamente conto.
Ovvero: CONSIGLI PER NON SOCCOMBERE ALLO STRESS
E' estate, si riciclano i post. Questo secondo decalogo non è stato scritto ora. Proviene dal mio vecchio blog in disuso, da un post del 2004 (che non ebbe neppure un commento, dal momento che il blog era appena aperto). Rileggendolo, l’ho trovato più che mai valido. Non ne cambierei neppure una virgola. Lo ripropongo.
PREMESSA
Ignorare i consigli idioti, che sono quelli che non tengono conto del dato di realtà, o che ci costringono a rinunce. Esempio. “non andare al supermercato negli orari di maggiore affollamento”: e se siamo costretti ad andarci proprio in quel momento? Appartengono alla categoria dei consigli idioti anche quelli per le cosiddette “partenze intelligenti”. “Evitate di mettervi in viaggio nel weekend…” Se partiamo di sabato, è perché le ferie ci iniziano da quel sabato. Cosa dovremmo fare, fotterci tre giorni di vacanza, magari dei venticinque concessi in un anno, per una bella “partenza intelligente” di martedì?
I consigli che seguono ci consentono un uso strumentale della realtà, senza privarci di nulla.
1. Una buona parte di noi usufruisce sul lavoro, in un anno, di un numero di permessi molto inferiore a quelli che potrebbe chiedere, e ottenere. CHIEDIAMO TUTTI I PERMESSI CHE CI SPETTANO E QUELLI CHE SAPPIAMO CHE CI POSSONO VENIRE CONCESSI. Ricordarsi che un capoufficio è più riluttante ad accordare un permesso a chi non ne chiede mai (scatta la reazione del tipo “cos’è ‘sta novità???”) piuttosto a chi ne chiede in continuazione (perché il capo si è assuefatto ad un’abitudine che gli è stata creata).
2. Se ci assentiamo dal lavoro, finiamola di provare sensi di colpa nei confronti della clientela o dei colleghi. Siamo necessari, ma non indispensabili, e tanto meno insostituibili. Essere insostituibili è solo una nostra presunzione, e (vedi post precedente) rappresenta un grosso capestro.
3. Convinciamoci che tutto quello che non riusciamo a fare oggi può essere tranquillamente rimandato a domani.
4. Non concentriamo mai in un pomeriggio una serie di impegni concatenati tra loro. Esempio: “vado al bancomat, poi dal dentista, quando esco vado al supermercato dopo aver fatto un salto in profumeria e a pagare l’assicurazione della macchina…” soprattutto non dobbiamo mai usare l’espressione “faccio un salto”: basta non riuscire a parcheggiare, o una coda imprevista ad uno sportello, ed è tutta l’organizzazione, a saltare.
5. Frazioniamo gli impegni prevedendo tempo in sovrabbondanza per ognuno. Se pensiamo di riuscire a fare la spesa in un’ora, calcoliamo un’ora e mezza. Il tempo che sembra sprecato è in realtà un investimento per la nostra tranquillità mentale.
6. Chi non fuma impari dai fumatori (che la sanno lunga) l’importanza della “pausa sigaretta”. Si può sostituire con il classico caffè, o un bicchier d’acqua, o con una seduta più lunga in bagno. PRENDIAMOCI DELLE PAUSE, non inferiori ai cinque minuti l’una. Meglio dieci.
7. Non vergognarsi mai dei momenti di ozio. L’ozio è un sacrosanto diritto. Il tempo non è un contenitore che va per forza riempito fino all’orlo.
8. Non sentiamoci degli eroi se riusciamo a fare più cose alla volta, e tutto da soli. Non vantiamoci, che so, di riuscire a fare un trasloco da soli, caricandoci i mobili in spalla. Se siamo costretti a farlo, deve essere solo perché non possiamo permetterci le spese di qualcuno che lo fa per noi, e non c’è niente di eroico in tutto questo, siamo solo vittime della necessità.
9. Se qualcuno, magari un amico milanese convinto dell'inutile valore della superefficienza, dice che siamo “lenti”, prendiamola non come un’offesa, ma come un apprezzamento. La lentezza è un valore.
10. E per finire, facciamoci una bella vacanza al Sud, entriamo in un negozio di alimentari di un paesino non turistico, e invece di infastidirci per i tempi lunghissimi impiegati per servirci, osserviamo e prendiamo esempio.
La mia posizione riguardo il ruolo del lavoro nella vita umana è noto a chi da tempo legge questo blog. Tuttavia intendo ribadirla, anche per ricordarla, soprattutto a me stessa. Per questo scrivo questo Decalogo.
1. Lavorare stanca. Per questo è necessario svolgere un lavoro che ci piace in un ambiente nel quale ci troviamo bene. Un lavoro che non piace, un ambiente insopportabile, stancano all’ennesima potenza.
2. Lavorare male, svogliatamente, stanca molto di più che lavorare bene, con coscienza ed impegno.
3. Nonostante il punto 2, mai eccedere. L’overworking, il coinvolgimento emotivo che non fa dormire la notte, la coscienza professionale esagerata, altro non sono che una forma di perversione.
4. Chi nel lavoro è tentato dall’overworking, da un coinvolgimento emotivo che non fa dormire la notte, da una coscienza professionale esagerata, deve tenersi bene a mente quanto prende di stipendio.
5. Tranne quelli che salvano vite umane in pericolo*, nessun lavoro è una missione. Se si vuol fare il missionario si va in Africa centrale, dove almeno ci si può beare della visione delle palme e dell’aurora boreale, invece di quella dell’acquedotto comunale e del tetto della Lidl.
6. Nonostante i punti 1 e 2: il lavoro serve alla vita, non è la vita che deve essere messa al servizio del lavoro.
7. Le gioie e le soddisfazioni che la vita affettiva ci dà, non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che ci può dare il lavoro. Purtroppo questo è vero anche per le frustrazioni e i dolori. Chi ama le emozioni profonde privilegia la vita privata. Chi si vota a un’aurea medriocritas emotiva tende a privilegiare il lavoro.
8. Chi privilegia il lavoro per colmare il vuoto della propria vita affettiva e sociale merita indulgenza, ciò non toglie che deve ammettere che è messo male.
9. Chi, in presenza di una vita sociale e affettiva normale, non sa cosa fare quando non lavora, è pure lui messo male, e stavolta nessuna indulgenza: qui si tratta di nevrosi.
10. Nel nostro lavoro dobbiamo essere necessari ma non insostituibili. L’insostituibilità sul lavoro ci pone in una specie di galera.
Inutile ricordare che i punti 4 e 5 sono espressamente dedicati a chi svolge la professione di insegnante.
*(e anche riguardo ai lavori volti a salvare vite umane in pericolo, ho seri dubbi che le motivazioni siano dettate esclusivamente da altruismo e abnegazione)
Gli esami sono finiti venerdì. Così, per quest'anno, se Dio vuole, smetto di scrivere di scuola. A causa di tre commissari esterni "giustizieri" e di una presidente impietosa, ne sono stati bocciati cinque. Non mi era mai successo.
I colleghi interni si sono strappati i capelli.
Io no.
Anzi, stamattina mi sono beata leggendo questo articolo.
(al proposito, grazie a uno degli studenti (uno promosso, con sessantanove), ho imparato che Giovanni Verga era piemontese. Ma guarda un po', uno che scrive dei pescatori di Aci Trezza. Davvero, non si finisce mai di imparare).