Ogni commissione d’esame ha il suo rompicoglioni. Non accade sempre, ma spesso.
Certo, può accadere anche di peggio, in quanto nelle suddette commissioni a volte circolano, specie tra i presidenti, dei veri e propri pazzi. Il corpo insegnante è soggetto, più di altri, alla pazzia totale di alcuni dei suoi rappresentanti. Quando ci sentiamo, tra colleghi, più ancora che chiederci: “come vanno gli esami, quest’anno?” di solito ci domandiamo:
“Ci sono dei pazzi, quest’anno, nella tua commissione?”
“No, sembra di no”
“Allora va tutto bene”
I rompicoglioni, invece, ci sono in tutti gli ambiti e ovunque.
Ieri abbiamo perso circa quaranta minuti nel definire il voto di una prima prova di un singolo studente. Eravamo tutti d’accordo sui dodici quindicesimi, uno dei commissari (non d’italiano) insisteva per undici. E’ andato avanti per oltre mezz’ora con argomentazioni e ragioni che non saprei riportare tanto erano cavillose e confuse. Alla fine abbiamo votato. Allo studente sono stati assegnati 12/15, non all’unanimità bensì a maggioranza, con il voto contrario del suddetto commissario.
Io mi domando il perché di tali comportamenti. Cosa fa discutere un essere umano, bloccando un lavoro collegiale, per una sciocchezza di un punto su un candidato. Il rifiuto a prenderla persa, il desiderio di autoaffermazione, la smania di protagonismo? Che, anche se i rompicoglioni ci sono dappertutto, sono tutte e tre caratteristiche peculiari del corpo docente.
L'ho sempre pensato: l’insegnamento è una continua performance di fronte ad un uditorio (la classe). Come negli avvocati, come nei politici, porta direttamente alla megalomania.
Rompo i coglioni, dunque sono.
Il Sindaco
Il sindaco fu eletto in una calda serata di giugno, dopo una capillare campagna elettorale quasi senza precedenti, condotta dagli stessi cittadini. A chi si opponeva a quel candidato in quanto estraneo alla città, gli intellettuali del luogo, entusiasti, rispondevano: saremo noi, a fargliela conoscere!
La sera dell’elezione, la piazza principale era gremita come non avveniva ai tempi dei movimenti del 1977. La gente esultava, la gente applaudiva.
C’ero anch’io.
I mesi passarono, e tutti si domandavano come avrebbe potuto stupire i suoi elettori quel noto personaggio della sinistra italiana che era divenuto primo cittadino. Gli anni passavano, ma nulla accadeva.
Anzi, qualcosa era accaduto: il sindaco aveva lasciato colei che da una trentina d’anni era sua moglie, che per stargli accanto si era trasferita con il suo lavoro, per un’altra donna di una trentina d’anni più giovane, e di un’altra città.
Io ho sempre criticato aspramente il fatto che le vicende private di un politico debbano interessare al popolo tanto quanto la sua politica, o di più. Sto cominciando a cambiare idea.
Nulla accadeva. Ci si aspettava un incremento delle manifestazioni culturali della città, invece a fatica vennero riconfermate quelle già preesistenti. Il cardine della politica del nuovo sindaco sembrava ruotare su quello che doveva essere “il rispetto della legalità”, che si riduceva ad una serie di proibizioni, tipo il divieto di bere birra per strada dopo una certa ora a meno che non si stesse seduti al tavolino di uno dei pochi locali all’aperto. La cui apertura, peraltro, non fu incrementata.
Sulle porte delle osterie, si poteva assistere alla frequente, grottesca scena di persone che reggevano il bicchiere con la mano sinistra, in modo che rimanesse doverosamente all’interno, mentre con la destra, che stava all’esterno, reggevano la sigaretta accesa, che all’interno non poteva comunque stare.
Quello fu tutto.
Non fu mai presa in considerazione l’idea che per combattere il degrado cittadino si potessero illuminare a giorno le zone “a rischio” e riempirle di gente e di eventi.
Il primo cittadino sembrava non interessarsi più di tanto della città in cui aveva scelto di candidarsi; sembrava avere la testa altrove.
Infatti, la sua nuova compagna gli aveva appena dato un figlio.
Allo scadere del suo mandato, che si era trascinato stancamente per il tempo dovuto, il sindaco prese la decisione di non ricandidarsi. Motivò la cosa con il desiderio di accudire il figlio piccolo, un figlio di cui avrebbe potuto essere nonno, attirandosi il plauso per la sua immagine di “nuovo padre” amorevole e responsabile. Il plauso, sotto sotto, era espressione dei cittadini delusi, che di lui erano felici di sbarazzarsi.
Qualcuno però, aveva lucidamente notato che l’intenzione, anche se lodevole, di rinunciare alla (remota, ormai) possibilità di riconferma di un prestigioso incarico per ragioni familiari, aveva in realtà smascherato le ragioni psicologiche della candidatura che lì lo aveva portato. E che erano forse ragioni legate ad un personale preesistente desiderio di cambiamento, la volontà di dare una svolta alla propria vita.
L’inettitudine della sinistra, di cui ormai quotidianamente ci nutriamo, è anche questo. Che ci porta a confondere le crisi esistenziali di un singolo con la sua presunta volontà di fare qualcosa per la collettività, per noi. E lo salutiamo come il nostro salvatore, senza sapere che saremo lasciati in balia di noi stessi e ben lontani da qualsivoglia salvezza.
Un tempo mi divertivo, letteralmente, a fare l’esame di maturità. Innanzitutto perché ero esterna, e mi piaceva conoscere nuove realtà, esplorare i programmi stilati dai colleghi e sui quali dovevo interrogare; mi piaceva esaminare studenti non miei.
Poi, dal 1999, con l’introduzione del Nuovo Esame di Stato, è stato stabilito, chissà perché, che l’insegnante di lingua straniera dev’essere sempre interna. E questo è il primo contributo alla monotonia della nuova formula. Ritrovarsi nella propria scuola ad interrogare di nuovo i propri studenti già interrogati sulle stesse cose appena un mese prima. E vabbè.
Ma quello che stavolta mi ritrovo a notare, dopo quindici anni che faccio esami, è il raffreddamento totale del clima. I primi anni, ricordo un fare a gara nell’offrirsi il caffè al bar, nel fare soste o pause per uno spuntino a metà mattina, e la consuetudine di fermarsi, se i lavori si protraevano oltre l’una, per “ricaricarsi”: mangiare qualcosa assieme, fumarsi una sigaretta, fare due chiacchiere. Chiuso il pacco dell’esame, si festeggiava la fine dei lavori con una cena in pizzeria.
Negli ultimi anni, al contrario, percepisco un’atmosfera che sancisce l’inutilità di tutto ciò. Si tira diritto. Se ci si sente un “buco allo stomaco”, o un calo di zuccheri, ci si assenta per conto proprio, oppure si va avanti senza mangiare nulla, e senza sentirne la necessità, oppure fingendo di non sentirla. Come oggi che, al termine della prima prova scritta, un inghippo burocratico riguardante un alunno privatista ci ha tenuti al lavoro, a stomaco vuoto, fino alle quattro.
La mancanza di quel minimo di convivialità, in questi anni recenti, è andata di pari passo con la crescente burocratizzazione dell’esame. Sparita una valutazione umana, fatta di parole (“il tema svolto è sostanzialmente corretto ma non segue fino in fondo la traccia…”, “l’alunno nonostante qualche flessione nelle discipline scientifiche dimostra una discreta capacità di analisi e sintesi…”), è subentrata una valutazione costituita essenzialmente di numeri. La media scolastica (6,78…7,57…), il credito formativo, il credito scolastico, la terza prova in quindicesimi, il colloquio in venticinquesimi, il bonus di cinque punti: da ciò scaturisce il numero che costituisce il voto finale. Numeri e solo numeri. A che serve parlare, conoscersi per magari comunicare meglio, se le opinioni da confrontare sono soltanto dati numerici? La disumanizzazione del metodo ha recato con sé una disumanizzazione dei rapporti umani.
Colui che veniva investito del titolo di “segretario” aveva un suo ruolo. Registrava, scriveva, riportava. Oggi questo ruolo è sostituito da una diabolica, infernale trovata che è un programma chiamato Conchiglia. Che dovrebbe facilitare le cose, in realtà le complica a oltranza perché se ne va per conto suo, con mille inghippi e malfunzionamenti, ed il malcapitato “segretario” è relegato ad arrabattarsi col Conchiglia, e gli altri, a turno, a cercare di aiutarlo a sbrogliare la matassa, e se ne vanno anche l’appetito e le chiacchiere, poiché ogni sosta rappresenta una minaccia a non riuscire più a ritrovare il filo.
Un tempo la correzione del tema d’italiano aiutava a caratterizzare l’alunno, e giunti al colloquio orale si diceva “questo è lo studente che ha citato Jung e Reich”, “questo è lo studente che ha fatto quella bella osservazione sulla Rivoluzione Industriale”, oggi, con quell’altra diabolica invenzione che è il “saggio breve, tipologia B”, che quasi tutti scelgono, le citazioni sono già lì, spiattellate, da assemblare insieme alla meno peggio, e il prodotto finale è più o meno uguale per tutti i candidati. La lettura di questi elaborati è di una noia mortale e nell’appiattimento totale, non resta più memoria di niente e di nessuno.
Le cosiddette “tesine” danno soltanto un’illusione di personalizzazione, di individualità, sappiamo tutti che altro non sono che una specie di bolo rimasticato proveniente da Internet , con collegamenti forzati e falsi che dovrebbero ipocritamente sancire un’ipotetica “unitarietà del sapere”.
E tra i colleghi alla fine, tra moduli e numeri (altro che cena!) niente resta di un percorso fatto insieme, che come tutti i percorsi lavorativi fatti insieme dovrebbe essere, in un modo o in un altro, umanamente arricchente.
Seconda puntata del discorso già trattato.
Attenzione, questo post non contraddice il precedente. Forse, complica il problema.
Ammesso che uno faccia la scelta che corrisponde alle proprie inclinazioni, ovvero evitando condizionamenti esterni, non è comunque detto che tale scelta sia scevra da condizionamenti interni e fuorvianti.
Mi spiego tramite una serie di esempi.
In terza media, che è uno degli anni della “scelta”, per un periodo io volevo iscrivermi al Liceo Artistico. I miei si opposero, ed avevano ragione. Non si opposero perché la considerassero una scelta “immorale”, come alcuni genitori che guardano con sospetto tutto ciò che è considerato “artistico”: semplicemente, non mi avevano mai sentito, fino ad allora, manifestare alcuna propensione per il disegno o per le arti visive. L’idea, del tutto improvvisa, mi veniva da una professoressa di educazione artistica molto in gamba, arrivata in terza, che mi aveva fatto appassionare alla disciplina. Una passione che era comunque effimera ed estemporanea, e questo i miei genitori, (che nei miei confronti solitamente non brillavano per comprensione), l’avevano capito. Sarebbe stata, in effetti, una scelta sbagliata. L’inclinazione per le discipline artistiche - che in effetti, io non ho mai avuto - è, tra tutte, quella più radicata e riconoscibile, non compare così, di colpo, per "illuminazione".
Altro esempio. Una persona che conosco molto bene aveva, fin da piccola, il sogno di lavorare con i bambini. Era riuscita ad iscriversi alle magistrali, per diventare maestra elementare, opponendosi ai genitori che la volevano al liceo. A diciannove anni aveva ottenuto, con grande entusiasmo, la prima supplenza. Ma appena messo piede in classe si era accorta di qualcosa che non andava. In pratica, la prima supplenza fu tragica. Non sapeva cosa dire, cosa fare, come tenere la classe, dove mettere le mani. Ha comunque perseverato, deducendo (deduzione assolutamente logica) che lo spaesamento era normale, umano, che era dovuto all’inesperienza, all’ansia da “prima volta”. Però le era venuto in mente che anche pochi mesi prima, durante un brevissimo lavoretto come baby sitter, aveva provato la stessa sensazione. Una sensazione che, più che all’ansia o all’inesperienza, aveva più a che fare con la sensazione di aver sbagliato clamorosamente qualcosa. Che cosa? Dopo qualche mese di supplenza, in cui si sentiva letteralmente infelice, ha mollato tutto. E’ finita a fare tutt’altro genere di lavoro. Quando ha avuto il primo figlio, e poi il secondo, molto desiderati, ha capito tutto. Ha capito di aver confuso la passione per i bambini con il suo personale desiderio di maternità.
Recentemente, parlando proprio di questo, mi ha detto: Gipsy, sai cosa ho scoperto? Che io i bambini, intesi come “i figli degli altri” non li ho mai sopportati!
In effetti i figli degli altri e i figli propri sono due cose completamente differenti.
Un/una bravissimo/a pedagogista non è detto che abbia, o che voglia, figli propri. Così come non è detto che una mamma amorevole di cinque figli lavorerebbe con passione in un asilo.
Tutto ciò per dire che non sempre le inclinazioni o le passioni sono immediatamente riconoscibili, ma possono talvolta presentarsi mascherate. Il che mi porta direttamente alla terza osservazione.
Terza osservazione. Nel post precedente ho espresso la mia disapprovazione ai colleghi commissari d’esame che di fronte alle future scelte dei candidati storcono il naso. Ma c’è una scelta che fa storcere il naso anche a me. E’ quando lo studente/studentessa annuncia che vuole fare Psicologia. In questo caso, vorrei tanto chiedere: perché? Ma sei sicuro/a? In primo luogo perché in genere gli studenti tendono a vedere come umanistica una facoltà che invece ha un piano di studi molto più scientifico di quanto non si creda. Poi, perché qualcosa mi dice che molti di coloro che intendono studiare psicologia, più che gli sbocchi futuri, hanno in mente il voler capire loro stessi. E questa può essere l’intenzione fuorviante, il fraintendimento come nel caso sopra citato, quello della maestra.
Le scelte sbagliate possono derivare dal conoscere poco se stessi. Per scegliere correttamente, e coerentemente, è necessaria una personalità equilibrata. E in questo caso, solo in questo caso, provo una certa indulgenza verso gli adulti che, di fronte a ragazzi non equilibratissimi (il che non vuol dire squilibrati, è chiaro) come, di fatto, molti sono, tentino di indirizzarli, sempreché “indirizzarli” sia inteso come fare loro scoprire cosa, dalla vita, vogliano veramente.
Durante il colloqui dell’esame di maturità, si domanda allo studente se intenderà proseguire i suoi studi e come. La risposta poi la si annota, serve a fini statistici.
Alcuni anni mi è capitato di trovarmi in minoranza (e quindi, tacere) di fronte al resto di commissioni che si abbandonavano a estasi di lodi e approvazione di fronte a risposte come “Ingegneria” o “Economia”, e che sfoderavano sorrisini patetici o sarcastici, e scuotimenti di capo, se lo studente nominava “Lettere”, “Filosofia”, le facoltà umanistiche in genere, oppure, orrore degli orrori, il “DAMS”!.
Mi domando se sia giusto tentare di condizionare le scelte dei giovani solo ed unicamente sulle possibilità di lavoro che il mercato offre. Razionalmente, il discorso non fa una piega. Ma il non seguire le proprie inclinazioni è già un errore gravissimo.
Faccio un esempio: la mia esperienza personale. Precaria da decenni in un sistema scolastico malato, a lottare ogni anno con graduatorie in via di abolizione e un’immissione in ruolo che non arriva mai. Se avessi studiato la tanto osannata Economia, avrei forse potuto avere la strada spianata come commercialista. Ma fare la commercialista per me sarebbe stata la morte. Per altri, no: non siamo tutti uguali. E allora che siano loro, a fare i commercialisti.
Perché mai, se il fatto di studiare ingegneria o economia ci fa schifo, ci dovremmo piegare pensando che è una scelta di buon senso, che ci darebbe numerose possibilità di carriera che altre facoltà umanistiche non ci darebbero?
Il lavoro è parte integrante della nostra vita. Trascorriamo in esso un terzo delle nostre giornate. Deve assolutamente riguardare qualcosa che ci interessa, che ci consenta di incontrare gente che è come noi, che ci dia, almeno in parte, le soddisfazioni che cerchiamo. Io, prima di insegnare, per necessità ho fatto l’impiegata, per un periodo fin troppo lungo, e capivo di non avere assolutamente niente in comune con le persone che lavoravano con me; e la costante sensazione che quel posto, per fortuna provvisorio, non era il mio posto.
Non possono chiederci di piegare le nostre inclinazioni e passioni alle esigenze di mercato.
Ma bisogna pur mangiare, no? Essere realisti, non perderci nell’idealismo di sogni non realizzabili.
E va bene, allora consentitemi di dirlo: non c’è tutta questa differenza tra le opportunità che un corso di laurea offre rispetto a un altro. L’importante, innanzitutto, è possedere una cultura, attestata da un titolo: in che cosa, non è così essenziale. Conosco parecchie persone laureate al Dams, che oggi svolgono, a tempo determinato (è comunque un problema generale della nostra epoca!) ma anche indeterminato, lavori che hanno a che fare con il mondo dello spettacolo, lavori a loro congeniali. Basta seguire la propria strada, e farsi il mazzo se necessario. Conosco laureati in lettere o in filosofia che lavorano nel giornalismo o in case editrici.
(Ma conosco anche un farmacista che si è riciclato come gastronomo poiché la facoltà di Farmacia, una delle più osannate all’epoca in cui lui si laureò, non gli ha poi offerto un bel niente).
Possono esistere (ma davvero?) facoltà che più di altre ti garantiscono un lavoro, ma che senso ha se il lavoro che ti garantiscono ti è odioso, così come ti è odioso il piano di studi che dovrai seguire? Ti verrà forse richiesto di sacrificare le tue attitudini sull’altare di un presunto buonsenso che, come nell’esempio del farmacista che ho citato, è solo un’illusione, un falso mito?
Chissà se anche quest’anno, con la mia commissione d’esame, dovrò trovarmi a tacere per non passare per idiota di fronte a quest’idea così radicata, e sperare che le scelte degli studenti siano vere scelte, che originano dal profondo e non da deduzioni indebite che non sono né sempre automatiche né sempre verificabili.
Ogni volta che faccio una cazzata (ne facciamo tutti, presumo, nell’arco di una vita) e che la riconosco come tale (e questo può accadere dopo dieci minuti o dopo dieci anni), la prima cosa che mi viene alla mente è la parola moviola.
La moviola è qualcosa che i tifosi associano al gioco del calcio. E’ ciò che ti permette di rivedere l’azione, riscontrare eventuali falli ecc…
Io invece associo la parola a tutt’altro genere di ricordi. Mio padre era appassionato di filmini in superotto. Quando ero piccola ne ha girati moltissimi, quasi sempre a me, che ero figlia unica allora, e poi con mio zio facevano il montaggio. L’aggeggio chiamato moviola stava in una scatola di legno, con il coperchio di mosaico. Si rivedeva la scena girata, poi si eliminavano le scene venute male, e con una colla apposita, del cui odore ho un ricordo chiarissimo, si univano i pezzi di pellicola.
Io non so perché non esista una moviola di cui servirci nella nostra vita reale, per rivedere i nostri errori, eliminarli, ed impedirne le conseguenze. Ce ne serviremmo in un unico caso, quando ci accorgiamo dell’errore e lo ammettiamo, impresa di per sé lodevole, ma del tutto inutile se non possiamo metterla a frutto, per noi e per gli altri.
Una delle assurdità della nostra vita è che le conseguenze di un errore non sempre sono rapportate all’errore commesso. Un pilota espertissimo tira per un’umana distrazione la leva sbagliata e provoca una catastrofe in cui muoiono duecento persone e lui stesso. Un altro pilota, incapace, finito nella cabina di pilotaggio per qualche misteriosa raccomandazione, conduce l’aereo in stato di ubriachezza e drogato. Muoiono egualmente duecento persone e lui stesso.
E’ giusto???
Nemmeno la buonafede scagiona, quando il danno provocato è grande. Tantomeno il pentimento. Non credo nel concetto di espiazione. Si dovrebbe avere la possibilità di rimediare, ma non nel futuro, in una circostanza analoga (l’esempio-limite dell’aereo è un caso chiarissimo, ma spesso altri errori, altre catastrofi, hanno un profilo vago, ed individuarli implica un percorso faticoso, una penosa ricostruzione, e può essere arduo riconoscere, nel suo futuro riproporsi, una situazione analoga), bensì nel passato, in quella stessa, precisa circostanza che è andata ad inficiare il nostro presente.
Questa è una prova di quanto sia imperfetto il mondo in cui viviamo. Non ci è consentito essere artigiani di noi stessi, perché non ci è data la possibilità di rivedere e correggere il nostro lavoro. Possiamo solo produrre opere nuove, portandoci comunque dietro il fallimento di quelle vecchie e gli insuccessi – a volte indelebili – prodotti, tutte cose che, lungi dall'aiutarci, pesano come macigni sulle nostre spalle e bloccano i nostri movimenti, che diventano indeboliti e fiacchi, e il nuovo lavoro risulterà egualmente pieno di imperfezioni ed errori, quando non addirittura peggiore del precedente.
(immagine: Edward Hopper, Summer Interior)
Anche quest'anno ce l'ho fatta, a schivare gli ultimi giorni di scuola. Gli ultimi due giorni ho preso un permesso per motivi familiari. Il giorno precedente agli ultimi due è il mio giorno libero. In pratica, mercoledì prossimo sarà il mio ultimo giorno di lezione. Ho praticamente già interrogato tutti, chiuso i programmi e fatto le medie.
Non so più cosa inventarmi per fuggire il cazzeggio degli ultimi due giorni di scuola, che segue lo svacco dell'ultimo mese. Come ho detto nel post precedente, per quei pochi studenti ancora sotto torchio, c'è il resto della classe che si dedica a tentativi di baldoria, spesso duri da arginare. L'ultimo giorno in particolare: bibite e pasticcini, travestimenti (ho sentito alcuni progettare di arrivare in accappatoio), quando non addirittura gavettoni, frizzi e lazzi che costringono il preside a chiamare le forze dell'ordine.
Gente, io sono pagata per lavorare e non per cazzeggiare. Difficilmente mi lamento delle lezioni da preparare o dei compiti da correggere. Tutte le lamentele del mio mestiere vanno a chi mi impedisce di svolgere il mio lavoro (burocrazia opprimente, indisciplina degli studenti, lassismo imperante, scaricabarile di colpe quando non si ottengono risultati ecc...), quindi, il cazzeggio, per favore no! Piuttosto me ne sto a casa con una scusa.
Intervengo volentieri alle cene in pizzeria delle classi, sia chiaro, ma durante ore che, benchè le ultime, sono pur sempre ore scolastiche, il braccio di ferro tra l'insegnante che vorrebbe far lezione (magari con qualcosa che presuppone piacevole: filmati? canzoni?) e la classe che, disinteressata a qualsiasi cosa, senza ormai più nulla da perdere, vuole solo fare baldoria, è qualcosa che mi sfinisce molto più di ore ed ore di duro lavoro.
E poi:i giorni di scuola di giugno sono, ogni anno, sempre meno. I primi anni in cui insegnavo l'ultimo giorno di scuola era, spesso, il dieci giugno. Me lo ricordo bene perchè coincideva con una ricorrenza della mia famiglia. Negli ultimi anni la scuola, nella mia regione, termina sempre il 5 o il 6.
E ancora (e quindi): mi sta bene, intendiamoci, che dall'anno 2000 sia stato rintrodotto il 2 giugno come festività, anche scolastica, e mi fa altrettanto comodo che questo dia spesso, come quest'anno, origine a un "ponte". Ma, obiettivamente: che senso hanno una festività e un ponte a quattro giorni dalla fine della scuola, se non sancire ancora di più il gap tra anno scolastico e giornate di cazzeggio finale?
Sarebbe molto più logico, a questo punto, finire l'anno il 31 maggio.
Valeria, prima F, mi domanda “Ma Lei, prof, perché è così restia a interrogare?” perché ha capito bene che, anche se cerco di nasconderlo, inventandomi test sostitutivi e limitando le interrogazioni orali al minimo, faccio di tutto per evitare il colloquio faccia-faccia con lo studente.